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BUONE VACANZE

By Andrea | Luglio 12, 2008

Anche quest’anno abbiamo chiuso alla grande!

La videoconferenza “Maestri e allievi” in collaborazione con gli amici dell’Università Roma 3, ha evidenziato gli ottimi risultati ottenuti dagli attori del caffè, con i seminari della professoressa Ivana Padoan.

Siamo stati in grado di offrire un dibattitto importante, un confronto serio in grado di stimolare la riflessione e valorizzare le competenze che abbiamo acquisito durante l’ anno.

Ora è arrivato il momento per tutti di prendersi un po’ di vacanza, ricordandoci che siamo già pronti per altri caffè, che ricominceranno con un grande appuntamento in ottobre, al quale parteciperanno ospiti di spessore internazionale come Mauro Ceruti, Umberto Margiotta, Carmela Palumbo, Anna Maira Miraglia, Fiorino Tessaro, Massimiliano Costa e Monica Banzato.

Il nostro Preside, il Rettore Pierfrancesco Ghetti anche in questa occasione sarà dei nostri.

Gli attori protagonisti saremo noi: “gli attori del caffè” e la nostra prof. preferita: IVANA PADOAN IVANA PADOAN

Buone vacanze a tutti e arrivederci al prossimo caffè.

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VERBALE DEL 14 APRILE 2008 di Alessandra Petronilli

By Andrea | Giugno 4, 2008

DONNE MAESTRE MANCATE

Barbara Mapelli discute con Lucia Leonardi  e gli attori e le attrici del caffè pedagogico.

Gli interrogativi sono stati tanti e tante le perplessità continuamente riosservate e riproposte aggiungendo forse ogni volta una parola in più, forse di vicinanza, a quel tessuto da troppo tempo lacerato della relazione tra donne e uomini. Durante il caffè pedagogico, in forme diverse si è tentato di ricucire, senza fretta e senza tradire gli scontri, comunque possibili e presenti, quel vuoto di parole che spesso si crea nel dialogo tra gli uomini e le donne. Perché tanta difficoltà nell’incontrarsi? E’ questa una domanda che in modo trasversale aleggiava con e tra i punti di vista e le emozioni; un interrogativo che ha permesso di non perdere la pluralità e la complessità della riflessione. L’incontro sul tema Donne Maestre mancate, si è avviato interrogandosi a livello sia personale sia sociale:

Come mai le donne non sono riuscite storicamente a diventare vere protagoniste nonostante nella storia ci siano state tante maestre?·        Perché “maestre mancate”? Perché parliamo di maestre che non sono state realmente maestre?

Cercando di indagare il paradosso che di molte donne dice dell’essere maestre eppur dell’essere mancate come tali, Lucia ha parlato della sua faticosa ricerca della verità nella storia femminile storicamente coperta, negata, violata. Tante voci e tanti contributi di donne sono stati lasciati all’ombra della vita istituzionale, della vita pubblica; all’ombra del riconoscimento:

La fisica Mileva Maric, fu collega di studi e successivamente moglie di Albert Einstein. Si suppone che essa abbia dato un importante contributo alle sue opere sulla teoria della relatività. Sposandosi rinunciò alla sua indipendenza di scienziata e assumendo il ruolo tradizionale di moglie, visse all’ombra del marito. È soltanto uno degli esempi di questa assenza. Eppure, ci si chiede: ·        Perché le donne non hanno obbiettato? Appariva loro come una battaglia persa in partenza? Si accontentavano di una consapevolezza privata? Perché non c’è stata una rivendicazione esplicita dei loro meriti? Storicamente essere donna ha voluto dire intimità, irrazionalità, cura. Essere donna ha voluto dire essere figlia, moglie e madre. È forse per questo, per questo ruolo-compito, che le è stato negato l’accesso alla sfera pubblica e ai campi del sapere propri degli uomini e della loro razionalità, della loro coscienza oggettiva.·        Oggi rimangono questi significati, queste esclusioni? Oggi la donna è ancora vestita dello stesso ruolo? La sua voce può e vuole farsi realmente pubblica? Riesce a riempiere gli spazi di un vuoto che appare storicamente incolmabile?   C’è stata una sottrazione costante più che una vera e propria assenza, si torna a dire guardando alle storie di vita di molte donne; una sottrazione continua di modelli e di volti di cui ancora oggi soprattutto le giovani donne avvertono la mancanza. Soltanto da poco tempo l’impegno di storiche e studiose riporta alla luce un po’ di verità:

Flora Tristan, militante socialista, con Unione operaia scritto nel 1843, contenente il Progetto dell’Unione universale degli operai e delle operaie, anticipa con grande efficacia quello che diventera’ il  programma  del Manifesto di Marx ed Engels del 1948. Il suo Passeggiando per Londra (1940) anticipa invece La condizione della classe operaia in Inghilterra (1945) di Engels.

La chimica Rosalind Franklin (1920 – 1958) , fornì le prove sperimentali della struttura del Dna. Per questa scoperta ricevettero il Nobel nel ‘62 solo James Watson, Francis Crick e Maurice Wilkins, che realizzarono il modello a doppia elica, reso possibile in realtà grazie alla famosa «foto 51», scattata dalla Franklin e sottratta dal suo laboratorio. La verità fu rivelata nel 1968 dallo stesso Watson nel libro “La doppia elica”, quando la ricercatrice era morta.

E si potrebbe continuare con la biologa Nettie Marie Stevens, l’astronoma Annie Jump Cannon, le fisiche Lise Meitner e Chien-Shiung Wu, l’astrofisica Jocelyn Bell-Burnell, unica ancora in vita, che scoprì le stelle pulsar nel 1967 quando aveva ventiquattro anni.La scultrice Camille Clodel, la pacifista Jane Addams … sono soltanto alcuni dei nomi delle maestre sottratte dalla scena pubblica e culturale sigillata dagli uomini.

Con tristezza e rabbia (almeno queste sono state le emozioni che ho provato e che mi è sembrato di cogliere in molte altre donne partecipanti al caffè) si sono accolte le storie di queste donne- maestre-mancate e ulteriori interrogativi hanno aperto lo spazio di un confronto-dibattito in cui le polarità uomo e donna si sono mostrate nella profonda distanza che ancora sembra caratterizzarle.Il primo intervento di un ragazzo ha subito posto l’accento su questa distanza: 

Fa parte del gioco, vi è e vi è sempre stato il sabotaggio anche di uomini verso uomini. La mancanza delle donne è anche di molti uomini.

È emersa a seguire un’immagine-metafora che credo manifesti da sé il suo ancoraggio:

Come sarebbe per noi studentesse e per gli studenti di filosofia della nostra università (ambiente quasi esclusivamente a presenza maschile per il dipartimento di filosofia) avere non diciamo il 90% di donne come docenti, ma almeno la metà?

Risuonano immediati, credo, il contrasto e lo scarto.

Ancora questioni, poste a tema e riemerse anche nel corso di tutto l’incontro, a  nutrire produttivamente i contrasti:·       

 In che modo e in che termini le istituzioni pubbliche e il diritto hanno formalizzato la differenza? Si è riprodotta nelle istituzioni una storia antica di dipendenza, la democrazia facilita il riconoscimento dei diritti?·       

La pedagogia e la formazione hanno riprodotto la debolezza della situazione femminile. Le ultime ricerche mostrano una complicità donna-uomo che reitera questa debolezza: l’attenzione delle donne nei luoghi educativi e formativi sembra rivolgersi soprattutto alla risposta maschile, contribuendo a rafforzare una posizione di forza.·       

La differenza di genere può ancora essere considerata un paradigma adeguato alla postmodernità? O continuiamo a pensare con categorie moderne?

La prof.ssa Mapelli ha ritessuto le trame storico-culturali della dipendenza-differenza riportando l’attenzione non solo sulla donna, ma sulla relazione tra uomini e donne: nella storia “con un colpo di mano maschile” c’è stata una divisione dei compiti risultata utile e quindi da mantenere; una divisione che ha fatto di un di meno degli uomini: la capacità riproduttiva, un loro di più in termini di libertà pubblica. Alla donna infatti, pensata solo come madre, sembra che gli uomini abbiano detto:

“Dato che ti prendi cura dei figli e delle figlie già prima che nascano, ti prenderai cura di tutto e anche di me.” La cura, dunque, come compito e la casa come spazio di vita della donna, l’agorà e la vita pubblica i luoghi dell’uomo. La divisione-separzione della donna dalla vita pubblica e la sua sottomissione alla legge dell’uomo sono state istituzionalizzate e con esse la dipendenza della donna dall’uomo padre, marito e figlio. Eppure, si torna a domandare: chi è più dipendente? La donna o l’uomo del quale è la donna a prendersi cura?  La reciprocità evidente della dipendenza iscritta nella divisione culturale pubblico-privato non è riconosciuta a livello istituzionale dove tanto la casa quanto il ruolo assegnato alla donna, e le donne stesse, sono stati svalorizzati. La situazione appena descritta sembra permanere storicamente: nel momento in ci le donne si affacciano all’esterno sembrano portare con sé questo destino di cura come si vede, ad esempio, nel loro dedicarsi principalmente agli ambiti di una certa cura sociale: le scuole, glia ambiti pedagogici e di assistenza sociale sono a prevalenza femminile; le università e la politica invece a prevalenza maschile.Non sembrano reggere a tele proposito riprese mitico-naturalistiche; perché andare fuori dalla storia a rievocare un ipotetico originario matriarcato che storicamente non ha mai avuto vita? Per sottrarci forse all’evidenza che la storia sia sempre stata la storia degli uomini, del protagonismo maschile, del patriarcato? La storia e il sapere spacciati per universali sono di sesso maschile. Le donne porterebbero la differenza nell’affacciarsi agli universali? Metterebbero in dubbio l’universalità stessa conservando e preservando la loro differenza? Questo interrogativo emerge da una tendenza femminile a tradire il proprio sesso; con una metafora si può dire che nel patriarcato gli uomini abbiano eletto e preferito gli uomini al potere, in un qualche modo si sono fatti complici gli uni degli altri. E la complicità femminile? Non si sono forse anche le donne alleate con l’altro sesso? Le donne, tanto quanto gli uomini e la cultura, hanno lasciato in ombra le voci femminili, hanno aderito al falso universalismo proprio di una polis di uomini: maschi, liberi, bianchi e senza handicap – retti dalle spalle di centinaia e migliaia di donne e schiavi.Il principio dell’unità, dell’uno e del vero per tutti, è la salvezza dell’uomo occidentale. La donna è già esclusa poiché il suo essere è poter essere due; la sua differenza di donna parla della pluralità, dell’apertura all’altro, dell’essere anche altro: la donna può essere due e la sua norma non è l’identico a sé come per il patriarcato. La normatività del patriarcato invece ha costruito un dover essere che per lo stesso principio esclude la cultura della differenza e della complessità; questa stessa unicità che non accetta la differenza esclude la possibilità di un’apertura al cambiamento e alla ridefinizione di ruoli e diritti. Finché gli uomini continueranno a leggere l’uscita dal patriarcato come perdita della virilità e del potere il cambiamento e una relazione nuova tra uomini e donne sembrano prefigurare solo conflitti. Eppure, ci si chiede in ultima battuta, che cosa si perde nel restare nel patriarcato? Gli uomini non perdono forse la possibilità di rendersi conto di quanto sia bella l’esperienza della cura? Sia gli uomini sia le donne in quella universalità maschile sembrano perdere spazi di libertà. 

*Mi scuso con i lettori se in alcuni punti mi sono lasciata guidare dalle emozioni e dal mio essere donna…

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VERBALE DEL 6°INCONTRO: “Padri maestri e figli allievi”

By Andrea | Maggio 23, 2008

Discute: Arrigo Cipriani - Harry’s Bar Venezia Londra New York - Lunedì 10 marzo 2008Nell’incontro di marzo abbiamo avuto come ospite Arrigo Cipriani, proprietario dell’Harry’s Bar, locale storico di Venezia dal 1931. Come Nasce la proposta di invitare al Caffè un personaggio che non fa parte dell’ambito accademico né ricopre il ruolo consueto di maestro o di allievo?A ben guardare Arrigo Cipriani è figlio del suo maestro e maestro di suo figlio. In altri termini, è allievo di suo padre, Giuseppe Cipriani, che aprì l’Harry’s Bar e padre del suo allievo, Giuseppe Cipriani junior, che attualmente sta estendendo enormemente le sedi e la notorietà del locale fino a Londra e New York. Il rapporto familiare s’intreccia dunque a quello professionale-educativo: in che modo è stato vissuto questo intreccio di relazioni e di ruoli da Arrigo? Non è stato problematico avere come maestro suo padre e come allievo suo figlio? O è stato fecondo?Attraverso un racconto autobiografico, Arrigo risponde alle nostre domande a tratti divertito ed entusiasta, a tratti più riflessivo, rivelandoci che il segreto dell’Harry’s Bar sta nell’attenzione rivolta al cliente, attenzione che misura gli spazi, l’arredamento, il servizio e ogni componente del locale fino all’acustica in funzione al benessere della persona. Già questo può far pensare alla cura verso l’altro come elemento formativo unita anche ad un senso dell’umorismo che trasforma il divieto in battuta di spirito come nel cartello del locale ”Il cellulare interferisce con la preparazione del risotto”. L’ironia ritorna anche negli insegnamenti del padre e maestro Giuseppe Cipriani che attraverso questa modalità comunicativa alleggeriva una relazione forse gravata dalla duplicità di ruoli ad essa implicita. Un’ironia costruttiva che permette il reintrecciarsi del rapporto quando questo sia minato da una gerarchia troppo rigida e dal comando unidirezionale dell’autorità.Attraverso alcune domande che miravano a comprendere più a fondo lo specifico del rapporto fra padre-maestro e figlio-allievo emerge l’intreccio difficilmente districabile fra professionalità ed affettività. Da un lato l’ammirazione negli occhi di Arrigo quando ricorda gli insegnamenti “in negativo” di Giuseppe: “Ti dico cosa non devi fare, il resto lo impari da solo” – forse questo divieto lascia aperto d’altra parte uno spazio libero d’apprendimento? Ciò che s’impara “da soli” è una strada già battuta, un apprendimento meccanico, oppure entra in gioco una componente creativa? E forse quest’ammirazione rispetto ad una regola quasi dogmatica può celare in fondo il riconoscimento di Arrigo verso l’intento protettivo-pedagogico del padre?D’altra parte, il rapporto di sudditanza porta il figlio ad apprendere “come una spugna” fino all’emulazione e introiezione del padre – nel caso si presentino dei problemi, Arrigo si chiede”Cosa avrebbe fatto lui al mio posto?” – e la domanda rivela un’esigenza emotiva che va oltre ad un rapporto puramente professionale e formale con il maestro. Rivela forse il bisogno di avere un padre che non sia anche (o solo) maestro? Ma quanto spesso le due figure si sovrappongono? Quanto spesso proiettiamo nel maestro o nella maestra nostra madre o nostro padre? O forse la domanda esprime solo il bisogno di avere un padre che non sia solo lavoratore, tant’è che era la madre di Arrigo a raccordare le due figure attraverso il racconto che faceva di Giuseppe, un raccordo che è al contempo filtro che riduce la distanza di un rapporto forse troppo sbilanciato dal lato della professione ma che al contempo si sostituisce alla relazione vera e propria.Così come la madre collega il padre e il figlio, anche Arrigo fa da tramite fra suo padre Giuseppe e suo figlio Giuseppe junior nella gestione del locale. Arrigo si definisce come “esecutore” del lavoro che il padre aveva iniziato e che il figlio sta attualmente gestendo, facendo sembrare la sua presenza come un anello di passaggio fra due veri imprenditori. Ma ci si può chiedere se Arrigo sia veramente l’anello debole della catena oppure se abbia svolto un ruolo fondamentale pur rimanendo apparentemente nell’ombra – in altri termini:  è più geniale chi tiene il sistema o chi da questo sistema trae la spinta per emergere? O si deve parlare magari di due modalità differenti ma altrettanto valide? Nel corso del seminario l’attenzione si è poi spostata dalla relazione formativa ai luoghi della formazione – Perché Cipriani non ha fondato una scuola? Nel caso dell’Harry’s Bar (come in molti altri) è la cittadinanza stessa a fare formazione oltre le mura della Scuola intesa in senso stretto come istituzione. Si passa quindi dal pensare la scuola come unico ambito formativo possibile al considerare i molteplici luoghi che contribuiscono largamente a tale finalità soprattutto arricchendo in termini pratici ciò che normalmente rimane su un piano teorico più formale. In che modo l’Università fa tesoro di ciò che è formativo nel territorio?

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