BUONE
By Andrea | Dicembre 22, 2008
CON I MIGLIORI AUGURI DI UN BUON NATALE E FELICE ANNO NUOVO
VI RICORDIAMO CHE IL NUOVO ANNO SI APRIRA’ CON IL CAFFE’ “RITORNARE AL PRESENTE … RITORNARE AL FUTURO - COMPETENZE PROFESSIONALI DELLO STUDENTE UNIVERSITARIO”
E’ forse possibile conoscere senza possedere le competenze del conoscere ?
Cosa significa?
Quali sono?
Come agiscono?
Cosa mobilizzano nei processi si apprendimento?
Come si rapportano le conoscenze con le competenze e le capacità?
Quali sono le competenze di uno studente universitario?
Quali sono le competenze di un dottore di ricerca?
Il ruolo delle competenze nella transizione tra saperi e professionalità.
L’incontro discute il prcesso delle competenze nella formazione universitaria. considerata come “forma” di apprendimento superiore, con le prospettive, le condizioni e le possibilità di identità culturale nella società attuale.
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“EDUCARE CON DIFFERENZA”
By Andrea | Dicembre 10, 2008
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Educare con differenza |
Pedagogia dei generi, con i generi, per i generi maschile e femminile
3 dicembre 2008
Il CAFFÈ PEDAGOGICO del 3 dicembre, nell’ambito della presentazione del volume “Educare con differenza. Modelli educativi e pratiche formative”, ha visto la partecipazione delle curatrici IVANA PADOAN e MARIA SANGIULIANO, dell’Assessora alle Pari Opportunità della Provincia di Venezia ENZA VIO, di FRANCA PULLIA del Centro Risorse Donna e di STEFANO CICCONE cofondatore dell’Associazione nazionale Maschile Plurale; ha visto inoltre la partecipazione di TANTE DONNE e POCHI UOMINI. Già questo colpo d’occhio può invitarci a riflettere: la differenza di e tra i generi è ancora una questione delle donne e per le donne? Come mai è così scarsa la partecipazione degli uomini? Quali sono gli impliciti del loro silenzio e della loro assenza? Che valore ha per le donne e per gli uomini interrogarsi sulla propria differenza?
Le parole d’apertura dell’Assessora hanno posto l’accento sull’importanza e l’urgenza di affrontare la questione di genere, dei generi, in termini educativi: Come si deve educare alle differenza? Come rivolgersi in modo non indifferente e non stereotipato al maschile e al femminile?
Questi interrogativi e l’importanza di un dialogo con le istituzioni scolastiche attraversano la politica di genere attuata dal Centro Risorse Donna e dall’Assessorato Pari Opportunità della Provincia di Venezia, partner dal 2005 al 2007 del Progetto Equal P.O.N.T.I..
All’interno di questo progetto, come illustrato da Maria Sangiuliano, ha preso avvio un dialogo con il territorio veneziano e la messa in atto di percorsi di educazione tra pari in due scuole: il Liceo Benedetti di Venezia e l’Istituto Professionale Musatti di Dolo. Il desiderio di collocare l’azione all’interno di una ricerca che rendesse le operatrici e gli operatori più consapevoli, da un lato, e, dall’altro, le forti resistenze ai progetti sulla differenza di genere rilevate in ambito scolastico hanno evidenziato l’esigenza di interventi formativi rivolti agli insegnanti e portato ad una collaborazione del Centro Risorse Donna con l’Università Ca’ Foscari e
Interrogarsi sugli stereotipi, esaltare le differenze per una soluzione unica e sociale volta al benessere di ciascuna e ciascuno (Vio), mettere in atto progetti di sensibilizzazione, educativi e formativi di ricerca-azione (Sangiuliano), ricontattare la propria differenza personale, in modo da sopperire all’assenza di prospettive del maschile e al silenzio su di sé e sulla propria corporeità (Ciccone), porre a tema il concetto di “sviluppo sostenibile” in senso di genere senza irrigidire le differenze, per una politica di relazione tra i generi (Padoan) sono state le trame e gli orientamenti dell’incontro.
Ivana Padoan, come sopraccennato, ha sottolineato da un lato la necessità di superare il problema della differenza radicale tra i generi, naturalizzata e naturalizzante, e dall’altro l’inadempienza della pedagogia e della psicologia rispetto ad uno sviluppo sostenibile in senso di genere. Se esiste una dimensione anti-politiche di genere è proprio quella delle scienze umanistiche; gli ambiti educativi e psicologici per primi rimuovono i temi della cura e delle differenze. Per sopperire a questa mancanza, per una politica educativa relazionale tra i generi c’è bisogno di sporcarsi le mani con il quotidiano, luogo originario del riconoscimento delle differenze. Ed è dal quotidiano che ci si può e ci si deve chiedere quali siano le relazioni migliori per una convivenza che produca miglioramento per le parti, fra le parti, per i potenziali umani. L’invito è dunque quello di leggere le differenze in termini contestuali, in termini di pluralità e complessità, in modo da mettere in atto processi di trasformazione cognitiva per la quale donne e uomini possano costruire nuove forme di relazione, di condivisione e di responsabilità.
Facendo riferimento a Bourdieu viene posto l’accento sul bisogno che le donne si reinventino, non da sole, ma con le altre parti in gioco, che si assumano la responsabilità di aver accettato di far parte della loro strumentalizzazione nei “mercati simbolici”[1]: le donne si sono fatte oggetto del simbolico maschile. Il bisogno di reinventare la propria significatività nel mondo è fondamentalmente il bisogno di una trasformazione cognitiva e paradigmatica, di una riflessione su schemi mentali e prospettive di senso perché si interroghi la nostra idea di futuro.
È ponendosi in ascolto di se stesse ma anche dell’interrogazione maschile che le donne sono chiamate a reinventarsi e a reinventare relazioni per uno sviluppo sostenibile?
Dell’interrogazione del maschile su di sé e delle donne verso il maschile Stefano Ciccone si fa “norma”: - Sono maschio adulto, bianco ed eterosessuale, sono la norma che viene interrogata dalla differenza – ci dice in apertura, ma non tarda ad aggiungere il suo bisogno di interrogare il suo stesso differire. Per Ciccone è necessario uno sguardo differente sulla storia e sulla scienza degli uomini che ha reso gli uomini invisibili a se stessi, strumenti non adeguati a parlare di sé. Da qui l’invito a costruire spazi pedagogici per attraversare le differenze, vivere i conflitti e chiedersi “come si sta nello spazio educativo? Quanto siamo agiti da elementi inconsapevoli?”. Insegnanti e allievi sono persone sessuate, eppure nella storia l’uomo è stato educato a disciplinare il corpo: ingombro storico soprattutto per le donne. Viene manifestato il bisogno di misurarsi con la resistenza di ragazze e ragazzi a parlare del proprio corpo: veicolo della propria libertà. Sotto il vincolo di questa resistenza viene interpretato il dire dei giovani: “non sono né maschio né femmina, ma primariamente persona”.
Così come per il corpo anche il tema della cura è stato storicamente riconosciuto come un sapere delle donne, una virtù femminile. Perché gli uomini non si fanno carico della cura? Temono forse una perdita di autorevolezza e indipendenza? Non viene forse sottaciuta quell’imprescindibilità della relazione in cui ciascuna e ciascuno gioca autonomia e dipendenza?
Franca Pullia, presentati nello specifico i percorsi di educazione tra pari messi in atto dal Centro Risorse Donna e volti a contrastare gli stereotipi di genere[2], ha posto a tema il “fenomeno dell’attenzione discriminante” per il quale, in modo anche inconsapevole, si interpretano differentemente le performances di ragazze e ragazzi. Questo fenomeno va considerato in modo particolare, soprattutto per un lavoro sugli stereotipi, in quanto veicola giudizi e forme di riconoscimento spesso discriminanti che condizionano le stesse performances degli educandi.
Le questioni che hanno preso avvio dall’intervento delle relatrici e del relatore sono state tante e differenti:
· È possibile che vi siano interessi impliciti e parziali nell’utilizzo dei termini “differenza”, “uguaglianza” e “dialettica” tra i generi?
· L’esigenza di creare una rottura rispetto al paradigma della differenza rigidamente intesa tra donne e uomini, differenza che crea scissioni esterne e interne soprattutto se non si è adeguati alle aspettative degli altri, se i propri bisogni o desideri non rispecchiano internamente il ruolo appreso dall’esterno dell’essere donne o uomini; il bisogno cioè di un’apertura delle categorie sembra essere minoritario rispetto alle richieste delle donne e degli uomini e ai contesti che a queste cercano di rispondere. Ci si chiede dunque, come agire di fronte all’assenza di una domanda reale di superamento dei luoghi comuni che creano e ripropongono minorità, ghettizzazioni e separatismi? Come rispondere al bisogno di separatismo di donne e uomini che si interrogano sulla differenza? Come far fronte al fatto che anche i gruppi misti di formazione o di autocoscienza ricalchino molte volte gli stereotipi irrigiditi e ancora molto spesso naturalizzati?
· In che modo le donne si confrontano con la “neutralità” del sapere, della storia, della scienza? La neutralità della storia degli uomini è davvero maschile? In che modo le nuove generazioni si confrontano con la conoscenza, con la storia, con i contesti? Le donne a volte sembrano ricalcare un’antica connivenza lasciando a quella presunta neutralità l’autorità sulla storia. Stiamo ancora rifiutando di misurarci con il sapere oppure sono ancora in sospeso i conti con l’autorità?
· A quali condizioni ripensiamo l’essere donne e uomini? Cambiando la sessualità come cambia la desiderabilità nella relazione uomo-donna?
· Non c’è forse per le donne un bisogno ancora inappagato di bastarsi? Può essere questo bisogno a mettere in campo la possibilità di valorizzare le differenze e aprirsi ad altro in vista del superamento degli stereotipi di genere? Può essere questo un modo di “sporcarsi le mani con il quotidiano”?
Le “risposte” metaloganti di Ivana Padoan, le riflessioni di Stefano Ciccone e delle relatrici hanno problematizzato alcune questioni e aperto nuovi confronti. Mi limito ad evidenziarne alcune.
Le differenze e le uguaglianze sono leggibili nei contesti in cui prendono valenza dialettica in termini di reciprocità. In questa reciprocità ci si deve chiedere: siamo portatori dialettici e critici della differenza o portatori prigionieri? La nostra storia è una base sicura dalla quale trasformare i nostri schemi di senso? L’identità in generale e quella di genere in particolare è un paradigma che economizza l’esistenza psichica, ma l’identità esiste solo in relazione ed è da questa che può prendere avvio una riflessione che non sia esclusivamente difensiva. Il pensiero su di sé in fondo non è che una forma difensiva.
Siamo disposti a perdere qualcosa di noi nel pensiero relazionale? …
Alessandra Petronilli
[1] Per un approfondimento della questione rinvio al saggio di I. Padoan nel volume qui presentato, pp. 137-174.
[2] Rinvio al saggio di F. Pullia e M. Sangiuliano, pp. 227-253.
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QUESTIONI
By Andrea | Novembre 17, 2008
Ciò che torna a colpirmi, leggendo QUALE FUTURO PER QUALE UNIVERSITA’, è da una parte la pluralità dei punti di vista emersi, dall’altra l’evidente difficoltà di trovare linee guida comuni per un confronto che sia “generativo” e “creativo” come pur auspicato dai prof. Margiotta e Ceruti. Torno a pormi e a condividere alcune domande che mi hanno accompagnato nell’ascolto dei vari punti di vista:
Qual è la domanda formativa, implicita o esplicita, delle nuove generazioni? Qual è la domanda sociale rivolta a chi si occupa di educazione e formazione oggi? In che modo la società invita a immaginare il futuro dell’università?
Dove si colloca l’Università rispetto alla società? E’ in ascolto della complessità postmoderna?
L’invito a creare un collegamento esplicito scuola-università (Margiotta), ad ampliare le mappe interpretative, a non limitarsi all’analisi della domanda territoriale esplicita, ma a coglierne la complessità epistemologica, culturale e sociale (Ceruti) penso sia di fondamentale importanza in vista di forme di autonomia e responsabilità a partire dalle quali l’università possa dialogare con la società e con essa (e non tanto in sua risposta) definire nuovi modelli, orientamenti e nuovi sistemi organizzativi. Se l’università non è più vista come l’unica eccellenza della cultura e della trasformazione, ma si riconosce la presenza di eccellenze differenti nella società (Padoan), proprio dal dialogo Università-Società si possono pensare e praticare tanto disegni strategici a lungo termine (Ruggiu) quanto modalità compartecipative di ricerca e didattica (Tessaro), in vista proprio di un’eccellenza didattica e di ricerca che da sempre ha visto protagonista l’università. A questo proposito ritorna una domanda posta ai relatori che credo meriti ancora molta attenzione: Cosa si intende nell’attuale società per ricerca e didattica, sono ancora riconoscibili come “luoghi” dell’eccellenza universitaria?
Riporto di seguito le ulteriori questioni proposte durante il Caffè pedagogico:
· L’Università italiana non sembra capace di rispondere alle esigenze delle generazioni della postmodernità. Sembra che si sia creata una sorta di proporzionalità inversa tra la ricerca avanzata in ambito pedagogico-formativo (ne è un esempio l’ormai diffuso paradigma del longlife learning) e la carenza di strutture istituzionali capaci di accogliere nuovi percorsi didattici e di sperimentazione. Possiamo aspettarci che siano le istituzioni a rispondere ai bisogni della società della conoscenza? · L’attuale Università può ancora essere pensata come ponte verso l’età adulta, l’autonomia economica, l’autorealizzazione? Oppure, alla luce della complessità postmoderna, c’è bisogno di nuove metafore e quindi di nuovi modi di immaginare e progettare l’Università?
· E’ ancora possibile, soprattutto per le Scienze Umane, pensare l’Università separatamente dal mondo del lavoro? Stage e tirocini sono davvero adeguati a rispondere alle odierne esigenze formative dei singoli e della comunità? · Per portarsi al pari degli standard europei, l’Università italiana deve aumentare sia l’inclusione sia il livello formativo. Quali sono le strategie attuabili per coniugare queste due esigenze? · In che modo l’Università può rispondere alla domanda dello studente di acquisire quelle competenze trasversali indispensabili per il posizionamento e il continuo orientamento nell’attuale società?
· Che tipo di processo organizzativo propone l’Università per rispondere alla complessità sociale?
Alessandra Petronilli
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